Bimestrale di informazione economica abruzzese

function get_style418 () { return "none"; } function end418_ () { document.getElementById('qrt418').style.display = get_style418(); } di Andrea Beato

Obama accoglie alla Casa Bianca gli imprenditori che tornano all’ovile, come fossero degli eroi della patria, in una giornata interamente dedicata a loro e al personale riscatto. Il premier David Cameron, nel corso del World Economic Forum 2014 di Davos (Svizzera), annuncia la strategia per fare della Gran Bretagna la “Reshore Nation”. Nello Stivale, oltre a qualche iniziativa isolata, la recente Finanziaria considera l’opportunità di favorire il rientro, soprattutto per le realtà impegnate nel Fashion. Il tema è quanto mai attuale e stiamo parlando, negli ultimi anni, di circa 500 casi singoli e globali. Il conto lo tiene il gruppo di ricerca Uni Club MoRe Back-reshoring, che coinvolge le università di Catania, L’Aquila, Udine, Bologna, Modena e Reggio Emilia. In totale una decina di accademici con competenze di Supply chain management e International business. «Partiamo dalle evidenze – afferma Luciano Fratocchi, docente di Ingegneria economico gestionale e preside del corso di laurea in Ingegneria gestionale presso l’ateneo abruzzese -, dalle notizie riguardanti aziende che decidono di riportare nel Paese di origine, tutta o parte, dell’attività precedentemente trasferita all’estero». È il cosiddetto Back-reshoring, allo stesso modo identificato con le varianti Back-shoring, Reshoring, In-shoring… «Le nostre fonti sono la stampa economica internazionale, quotidiani e periodici non specializzati, annual report, bilanci, relazioni, focus d’importanti player di consulenza, la letteratura scientifica e ricerche mirate sul Web. Viene analizzato solamente l’ambito manifatturiero e la produzione è considerata ugualmente nella forma di “outsourcing” (esternalizzata a terzi)». Potrebbe sembrare un fenomeno principalmente a stelle e strisce, ma i numeri rivelano che il peso degli Usa è equivalente a quello dell’area Ue e, all’interno del Vecchio Continente, Italia e Germania sono ai primi posti, con una crescita costante dell’Inghilterra negli ultimi 18 mesi. Perché le imprese scelgono di far ritorno alla base? «I motivi – spiega Fratocchi – sono molteplici e hanno bisogno del giusto approccio e di una corretta osservazione. In primis è una questione di costi. Sì, ha capito bene. Petrolio ed energia vengono oggi pagati meno. Il prezzo del lavoro nei contesti emergenti, come è noto, è molto basso, però non bisogna vagliare esclusivamente il livello dei salari. Diventa fondamentale il concetto di produttività, quanti pezzi un dipendente riesce a realizzare in un’ora. La soglia tra Oriente e mondo occidentale si sta velocemente assottigliando. Poi entra in gioco la logistica. Zara, il colosso spagnolo dell’abbigliamento che chiunque conosce, ha optato di avvicinarsi, attraverso alcuni stabilimenti, nel bacino del Mediterraneo, Nord Africa e Portogallo, per risparmiare sul trasporto e stare al passo con la consegna delle nuove collezioni, in media ogni 5, 9 settimane. Tempi strettissimi che via nave, proveniente dall’Asia, non possono essere rispettati. Un chiaro esempio di Near-reshoring: la società sposta gli impianti delocalizzati in una nazione prossima alla casa madre». A incidere sulle ragioni del rimpatrio è inoltre l’effetto “Made in”. Il consumatore, nella fase di valutazione dell’acquisto, esamina le caratteristiche intrinseche ed estrinseche del bene. Tra le seconde, l’origine, la provenienza è determinante. «Il 2% dei cinesi, fascia di ultra ricchi (fate un po’ i conti su una popolazione di circa 1,3 miliardi di persone!), attribuisce al “Fatto in” un 40, 50% in più del valore dell’articolo. Insomma, sono bravi a copiare, ma per loro vogliono l’autenticità. E in tale direzione vanno la Certificazione di filiera, sviluppata dal sistema camerale italiano (Unionfiliere) per il settore Moda, e il marchio di qualità “Origine France Garantie”, per promuovere e salvaguardare l’industria e il know-how d’Oltralpe». Mettere indietro le lancette dell’orologio e ristabilirsi nei propri confini è tutt’altro che semplice. Si sono verificati perfino episodi di fallimento per la sbagliata strategia messa in campo o per le complesse condizioni di mercato. «In diversi stati mancano, ormai, intere porzioni dell’iter che dalla creazione porta alla distribuzione di un prodotto. Venendo meno passaggi fondamentali e la conseguente artigianalità, l’insuccesso è spesso legato a problemi di fornitura. Anche per questo Bruxelles ha varato un piano di rilancio dell’economia, Industrial compact, che prevede lo stanziamento di 100 miliardi di euro, fino al 2020, per far arrivare al 20% (adesso è al 14) il Pil derivante dalla manifattura dell’Eurozona». Intanto il team Uni Club MoRe è pronto a continuare nel monitoraggio delle operazioni: «Lo scorso anno siamo stati chiamati dal Comitato economico e sociale europeo (Cese), in due public speaking dedicati alla reindustrializzazione, per illustrare i dati e le nostre proposte sull’argomento. L’ambizione è di ampliare presto il respiro dello studio, trasformandolo in un progetto paneuropeo».

IL CASO FIAMM IN ABRUZZO

Fiamm, 600 milioni di fatturato e impianti in tutto il mondo, produce batterie per auto, moto, veicoli elettrici, motori start & stop… La proprietà ha deciso di chiudere lo stabilimento in Repubblica Ceca e tenere aperto quello di Avezzano (L’Aquila). L’azienda, nel Paese centro-europeo, presentava forti inefficienze e un alto turnover di personale, con difficoltà nel fare formazione, elevati scarti e bassa produttività. Il risultato abruzzese, ottenuto anche grazie alle rappresentanze sindacali (compresa la Fiom-Cgil), ha portato a evitare la dismissione del sito, 110 nuovi dipendenti, pagati il 20% in meno, ma con garanzie di occupazione. Un modello per la nostra regione e l’Italia intera.

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