DI CAMILLO IN CANTINA PER CUSTODIRE LE TRADIZIONI

di Francesco Paolucci

L’avvio nel 1887, oggi la sesta generazione e una conduzione ancora familiare. Oltre venti ettari di vigneti a due passi dalla Costa dei Trabocchi per vini genuini e di valore.

IN UN ABRUZZO ANCORA INCONTAMINATO IL VINO RACCONTA LA SUA STORIA

Se si arriva a Poggiofiorito (Chieti) da Castel Frentano e si attraversa la vallata dove scorre il torrente Moro e dove durante la Seconda guerra mondiale passava la Linea Gustav, non si può non rimanere affascinati dalle distese di vigneti adagiati su morbide colline tra calanchi e uliveti, in una zona ancora selvaggia e poco conosciuta dell’Abruzzo. Qui, a circa quattordici chilometri da Ortona, ci sono gli oltre venti ettari Di Camillo Vini e, poco distante, la sede dell’azienda che porta avanti con impegno la lunga tradizione di famiglia. «Raccontare il vino che produciamo, farlo conoscere il più possibile, stare a contatto con le persone e capire, attraverso il loro giudizio sul nostro lavoro, se stiamo andando nella giusta direzione è l’aspetto che più amo di quello che faccio – inizia così a raccontare, come un fiume in piena, l’amministratore unico Paolo Di Camillo -. Mi occupo dell’azienda a trecento sessanta gradi. Ho iniziato come tecnico e adesso seguo anche l’amministrazione e gli aspetti commerciali, che ritengo fondamentali. Attraverso il contatto con i clienti si ha l’opportunità di imparare, capire e crescere.

IL CONFRONTO, UNO STRUMENTO PREZIOSO PER CRESCERE

Solo attraverso il confronto si può comprendere se un determinato prodotto piace o non piace e cosa si può fare per migliorarlo. Quindi viaggiare, conoscere altre realtà e scoprire nuovi punti di vista per me non ha prezzo ed è uno degli aspetti che reputo più importanti del nostro mestiere, insieme all’essere presenti in cantina. È lì che ho cominciato e sono cresciuto. Stare con i nostri preziosi collaboratori a risolvere un problema, fare un intervento di taglio o travaso, insomma lavorare con le mani, è un qualcosa che ancora mi appassiona. Amiamo il nostro lavoro e trasmettiamo ai clienti vini prodotti con la massima attenzione». Non è tipo da scrivania Paolo Di Camillo e lo si capisce dall’abbigliamento. Indossa la tuta da lavoro e si muove tra gli uffici e il reparto produttivo. A coadiuvarlo c’è sua figlia Sara, socia e impegnata nella parte tecnica. «Posso dire, con orgoglio, che da qualche anno la società ha avuto uno sviluppo esponenziale – sottolinea Di Camillo -.

DAL 2019 DI CAMILLO IN CONTINUA CRESCITA

Dal 2019 siamo cresciuti del quattrocento per cento. Da cinque unità si è passati a una squadra di diciotto persone. Siamo attivi anche conto terzi: oggi, ad esempio, stiamo confezionando per un’altra cantina regionale. Questo ci ha permesso di poter reinvestire per portare la nostra azienda a un livello tecnologico competitivo per soddisfare le esigenze del mercato. Anche io ho dovuto reinventarmi. Ho studiato l’inglese per potermi confrontare al meglio con gli interlocutori internazionali. Insomma, ci siamo dati da fare! Sento la responsabilità delle famiglie delle persone che lavorano con me e che, giorno dopo giorno, contribuiscono alla nostra evoluzione».

UNA STORIA CHE INIZIA ALLA FINE DELL’800, FONDATA SUL CONNUBIO TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE

Colui che iniziò alla fine dell’800 questa avventura, il bisnonno del padre di Paolo Di Camillo, era originario del vicino paese di Castel Frentano. Sposò una donna di Poggiofiorito e si trasferì. Iniziò a impiantare i primi vigneti in campi fino ad allora coltivati a meli. Poi costruì un capanno sopra un fosso ed è così che, con qualche botte di legno, iniziò una storia che arriva fin qui e che nei nomi delle diverse etichette è ben rappresentata. Di padre in figlio si arriva, dunque, a “Lu Funare”, soprannome del padre di Paolo al quale è dedicata una bottiglia, il rosso Di Camillo Vini, il primo blend di tre uve realizzato dall’azienda e vincitore, appena uscito nel 2019, della medaglia d’oro al Mundus Vini, vincitore anche nel 2020 e presentato anche per il 2021. «Risultati importanti, ottenuti mantenendo in equilibrio tradizione e innovazione – aggiunge Paolo Di Camillo camminando nella bottaia che ospita cinquecento barrique, ciascuna da duecentoventicinque litri -.

CINQUE MILIONI DI BOTTIGLIE IN UN ANNO

Dal nostro stabilimento, nell’ultimo anno, sono uscite circa cinque milioni di bottiglie. Tre milioni di nostra produzione e il resto conto terzi. Circa il novanta per cento del fatturato viene dall’estero. I nostri vini viaggiano in Spagna, Francia, Germania, Svizzera, Austria, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Azerbaigian, Kazakistan, Tailandia, Singapore, Egitto e Albania. Il successo è il buon rapporto qualità prezzo. Grazie, poi, a due aziende siciliane e una pugliese, partner affidabili con i quali lavoriamo da tempo e presso le quali il nostro enologo segue la vinificazione, secondo il nostro protocollo, riportiamo in cisterna vini dalla Puglia e dalla Sicilia, imbottigliandoli per la nostra clientela. Così nasce il rosso Triptychum, dai vitigni Montepulciano d’Abruzzo, Nero d’Avola e Primitivo. In questa bottiglia ci sono tre “must” del Centro-sud Italia e la loro provenienza è rappresentata nell’etichetta: la pietra nera, lavica della Sicilia, la pietra bianca, calcarea dell’Abruzzo, e la terra rossa, tipica della Puglia. Un vino con un ampio spettro di sapori e profumi particolari, che ci sta dando grandi soddisfazioni. Appena uscito medaglia d’oro a Mundus Vini e un’impennata di vendite incredibile».

LE ETICHETTE CUSTODISCONO UN VINO AUTENTICO, ESPRESSIONE DEL TERRITORIO

Vitigni, dunque, espressione di diversi territori come Montepulciano, Merlot, Malbec, Cabernet Sauvignon, Pinot Nero, Pinot Grigio e Pecorino, Coccocciola, Passerina, Chardonnay, Sangiovese. Linee di assoluta qualità e diversificate per offrire un’ampia gamma: Tenute del Pojo, la cui riserva ha avuto premi importanti, è molto apprezzato soprattutto nel mercato svizzero; poi ancora Nescio Nomen, Lu Castelline, Le Cinque Lune, Simbiosi Bio, Khora, Poderj… «Cerchiamo di produrre vino “stressandolo” il meno possibile, con un basso tasso di invasività e, quindi, minori interventi dal punto di vista enologico. Bisogna dare sempre la qualità. Me lo ha insegnato mio padre: era il suo mantra. Ho creduto nella nostra storia e nelle nostre potenzialità, ma sono dell’idea che c’è sempre da imparare e che, ogni giorno, c’è qualcosa di nuovo da scoprire. Questo lo si può fare solo se si è aperti, curiosi e affidandosi a dei buoni professionisti. Ho voglia di far crescere ancora di più questa azienda».

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